Divorare il cielo – Paolo Giordano

Ci sono libri che ti scelgono. Ti prendono per mano, ti trascinano dentro le loro pagine, ti avvolgono con le loro storie di dolente umanità e ti impediscono di pensare bè, ma questo autore non ti è mai piaciuto un granché, eppure.

Eppure li divori.

Anzi “Divorare il cielo”, l’ultimo romanzo di Paolo Giordano è uno di questi.

Visto per caso, avvicinato per curiosità, grazie al fascino della sua copertina – e perché, a dirla tutta, non c’è casa editrice che produca volumi più eleganti, esteticamente parlando, di Einaudi – e il sentore di magia che emerge scorrendo piano le pagine, tra frasi colte per caso e immagini che richiamano ricordi adolescenti da rispolverare e nei quali ritrovarsi.

La storia è semplice, al limite del banale, e l’empatia è immediata.

Tre ragazzi quasi fratelli e una ragazza, una masseria nel cuore della Puglia meno edulcorata, con le sue estati riarse dalla canicola in un tempo sospeso, potrebbe essere tutto accaduto ieri come cinquant’anni fa. C’è l’amore, naturalmente, visto dagli occhi della protagonista, Teresa, che si fa carico della narrazione e del lettore, quasi attaccandosi al suo braccio, e c’è Bern, uno dei tre ragazzi con cui Teresa avrà una storia intensa, capace di attraversare le stagioni, Bern con la sua ansia feroce, con il suo desiderio di toccare il cuore delle cose e di lasciarsene attraversare, Bern che scopre, si getta, si ferisce.

Divora e si divora.  

Perché è proprio la frenesia del ragazzo a dettare il ritmo dei sogni che raccontano l’amore, il dolore, la necessità ultima di ogni uomo – e di Bern stesso – nel cercare di trovare un senso alla propria esistenza, che sono i veri binari lungo i quali scorre la narrazione.

Ma non c’è filosofia, o meglio, c’è una filosofia traslata nel reale che, come una luce sacra, ammanta l’estate infinita nella quale si muovono i personaggi, dalle rane catturate in piscina – che si moltiplicano come miracoli – ai pomeriggi assonnati a sbucciare mandorle, nei quali l’inquietudine prende la forma di una passione abbozzata e selvatica.

Tutto sembra sospeso e sempre uguale in questa giovinezza che ti arriva addosso con una scrittura immediata e ti impedisce di staccarti dalle pagine, sovrapponendo i piani narrativi, mischiando i tempi, annullando le distanze tra i luoghi fisici, quella Torino in cui Teresa trascorre gli inverni, e la campagna di Speziale, l’unico posto al mondo nel quale è possibile vivere, il centro esatto dell’universo, il luogo dove tutto, necessariamente, alla fine ritorna. Vent’anni e infinite stagioni conta Teresa, che diventa la testimone involontaria di questa ricerca delle proprie radici e, di conseguenza, del dramma di trovarle un po’corrotte, proprio come la natura che fa da cornice al romanzo, una volta mitica, ora da salvare.

Divorare il cielo è un libro in cui c’è tutto. L’amore, il dolore, il sogno, la giovinezza, la religione spiccia e un po’ panteista, la maturità abbozzata, la fuga, il paradosso, la morte: una summa concentrata in poco più di 400 pagine in cui diventa chiaro come il passaggio all’età adulta è anche quello in cui si sceglie in che cosa credere.

O non credere.

Perché la domanda principale che muove il romanzo- e quella che continua a rimanere in testa anche dopo averne terminata la lettura – è proprio come fa ognuno di noi a scegliere in che cosa credere. E, soprattutto, perché.

Testo di Ursula Beretta

 

 

 

 

 

 

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  1. Mammadeinchina ha detto:

    Questa recensione è meravigliosa! Mi hai davvero incuriosito, correrò a prenderlo!

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