Svegliami a mezzanotte

Ci sono libri che non lasciano scampo, libri che, con una precisione chirurgica, aprono squarci su una realtà dolorosa e te la sviscerano davanti agli occhi, senza nessuna via di fuga che non sia quella di continuare a leggere.

Svegliami a mezzanotte di Fuani Marino, edito da Einaudi, è uno di questi. Un romanzo che è una fucilata, che esplora il diritto di essere infelici e, contemporaneamente, la voglia di sopravvivere a sé stessi.

Sono caduta ma non sono morta

E’ un caldo pomeriggio estivo quando una donna si butta dal quarto piano di un palazzo e si schianta al suolo, una donna che ha trentadue anni e una bambina di pochi mesi: il suo gesto, sofferto e programmato, è frutto di un percorso mentale frastagliato che l’autrice racconta partendo dalla sua storia personale, come se un passato, tendenzialmente innocuo, apparentemente normale, potesse dare un senso al presente. La morte precoce e non particolarmente sentita del padre, il trasferimento da Roma a Napoli negli anni universitari prima e di lavoro poi, il matrimonio e le pressioni della famiglia acquisita, il lavoro come giornalista e i suoi ritmi concitati, i primi episodi depressivi, la maternità. Un quadro di malessere che, anno dopo anno, sembra portare la protagonista a uno scollamento con la realtà, raccontato con una narrazione fredda, a tratti fastidiosa e impersonale, priva di emozioni, che replica, con le parole, quello svuotamento che pervade chi è costretto a confrontarsi con un male di vivere che, lentamente e in maniera subdola, lo avvolge.

C’è un prima e un dopo nel racconto di Fuani Marino, e in mezzo ci sono i mesi di ospedale, gli interventi, il percorso di riabilitazione che, dal corpo martoriato, arriva fino alla mente, il vero centro di quel male oscuro che, per essere tratteggiato, utilizza le parole, letterarie e non, di autori e personaggi che gli hanno dato voce, da Philip Roth a Sylvia Plath, da David Foster Wallace fino a Lev Tolstoj.

La depressione viene indagata in maniera giornalistica: le cicatrici del corpo diventano così una mappa per provare decifrare anche scientificamente un gesto di cui cresce, pagina dopo pagina, la consapevolezza da parte dell’autrice. 

Resta la sensazione di non farcela, sempre. Sento ancora il vuoto alle mie spalle. Il vuoto sotto di me (…). Da quel 26 luglio, l’unico desiderio che riesco a formulare, soffiando sulle candeline dei miei anni, lanciando una moneta nell’acqua, è che non mi accada più”.

Protagonista silente del romanzo è proprio la depressione, quella parte nera, troppo spesso vissuta in solitudine e non compresa da parte di amici e familiari, e soprattutto la sua consapevolezza, che rende l’autrice preda di una lucida frenesia, nel volerla quasi edulcorare con pagine letterarie, nel trovarne giustificazioni scientifiche, nel costruirsi, pagina dopo una pagina, una diversa percezione di sé, con un giudizio man mano più severo, con il pensiero tenuto costantemente sotto controllo per la paura che qualcosa si possa inceppare nuovamente e ricausare la caduta.

“Svegliami a mezzanotte” è un libro scomodo, senza ipocrisie, privo di qualsivoglia indulgenza, che condanna quei luoghi comuni capaci di farsi carnefici della fragilità umana: dall’ottusità dei medici alla cortina fumosa che avvolge le malattie psichiatriche, dalla strumentalizzazione dei farmaci alla condanna della debolezza tout court da parte di una società che non aspetta chi rimane indietro.

Ci sono altre due cose che ho imparato, di cui ho potuto fare esperienza diretta, durante il ricovero e subito dopo. Che ci si abitua a tutto. E che ci si rialza”.

Testo di Ursula Beretta

 

 

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